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NOVITÀ |Tatuaggi: un Testimone di Geova può farsene uno? Cosa dice davvero la Bibbia — e cosa tace il manuale degli anziani

Dottrine

Inferno: tormento eterno o distruzione?

Quattro parole bibliche, tre posizioni cristiane, una domanda fraterna: cosa dice davvero la Scrittura?

Tempo di lettura: ~13 minuti

“Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima sia il corpo nella Geenna.”

— Matteo 10:28

“Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente.”

— 1 Tessalonicesi 5:21
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Cari fratelli e lettori curiosi,

quando sentiamo la parola “inferno”, dentro di noi si accende quasi sempre la stessa immagine: caverne rosse, fiamme eterne, demoni con il tridente, anime urlanti. È l’inferno di Dante, di Michelangelo, dei dipinti che da bambini abbiamo visto sulle pareti delle chiese. Un’immagine potente, antica, terrificante.

Ma c’è un piccolo problema: quell’inferno non sta nella Bibbia. O meglio, non sta in nessuno dei termini originali che gli autori biblici hanno scelto per parlare del destino dei morti. Quattro parole — due ebraiche e greche, due greche — sono state via via tradotte con l’unico, schiacciante vocabolo “inferno”. E nel passaggio si è perso qualcosa di importante.

In questa riflessione vogliamo fare una cosa semplice: tornare alle parole, leggerle con attenzione, mettere accanto i versetti che parlano di distruzione e quelli che parlano di tormento, e ascoltare cosa ne hanno detto i cristiani nei secoli. Non per chiudere il discorso. Per riaprirlo. La coscienza informata viene prima di ogni etichetta confessionale.

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Le quattro parole tradotte “inferno”

Le antiche versioni cattoliche traducevano con “inferno” (e qualche volta “inferi”) quattro termini che nella lingua originale erano nettamente distinti. Ricomponiamoli uno per uno.

1. Sheol(שְׁאוֹל) — la tomba comune

Sheolè la parola ebraica usata nell’Antico Testamento per indicare il luogo dei morti. Non è un luogo di fuoco. Non è popolato da diavoli. È semplicemente la condizione in cui finiscono tutti: giusti e ingiusti, fedeli e ribelli. Giobbe vi chiede di rifugiarsi (Giobbe 14:13), Giacobbe piange dicendo che vi scenderà per il dolore (Genesi 37:35), Davide prega di esserne tirato fuori (Salmo 86:13).

Ecclesiaste 9:10 lo descrive in modo che chiude la discussione: “Nello Sceol, il luogo dove vai, non c’è né lavoro, né ragionamento, né conoscenza, né sapienza.” Niente. Silenzio. Inattività. Non un campo di concentramento divino, ma il sonno dei morti.

2. Hades(ᾅδης) — lo Sheol in greco

Quando i traduttori della Settanta nel III secolo a.C. dovettero rendere Sheol in greco, scelsero Hades. Il termine portava con sé risonanze mitologiche (l’Ade di Omero), ma nell’uso biblico mantiene il senso ebraico: stato dei morti, tomba comune. In Atti 2:27, Pietro applica a Cristo le parole del Salmo 16:10: “non lascerai la mia anima nell’Ade.”Cristo, fra la morte e la risurrezione, è in Hades. Non per essere torturato, ma perché è morto.

3. Geenna(γέεννα) — la valle di Hinnom

Geenna è la grecizzazione dell’ebraico Ge-Hinnom, “valle di Hinnom”, una gola che costeggia il lato meridionale di Gerusalemme. Nell’Antico Testamento è il luogo in cui re infedeli come Acaz e Manasse “facevano passare i figli per il fuoco” in sacrificio a Molec (2 Re 23:10; Geremia 7:31). Giosia la profanò per renderla inutilizzabile per quei culti (2 Re 23:10).

Una tradizione popolare medievale racconta che nel I secolo la valle fosse la discarica fumante della città, dove si bruciavano rifiuti e cadaveri di criminali. Gli studiosi più recenti hanno mostrato che questa ricostruzione risale al rabbino David Kimchi (XIII secolo) e non ha vere conferme archeologiche. Quel che è certo è che, ai tempi di Gesù, “Geenna” era diventato sinonimo di luogo maledetto e di distruzione definitiva. Gesù la usa come metafora del destino finale degli empi (Matteo 5:22, 29-30; 10:28; 23:33).

4. Tartaro(Ταρταρόω) — un caso unico

La parola compare una sola volta, in 2 Pietro 2:4, riferita non agli umani ma agli angeli ribelli: “Dio non si trattenne dal punire gli angeli che peccarono, ma, gettandoli nel Tartaro, li consegnò a fosse di fitta tenebra.” È una condizione di degradazione e attesa del giudizio, non l’inferno popolare.

Già questo, prima di entrare nel merito teologico, cambia il quadro: quando le antiche traduzioni mettevano “inferno” ovunque, livellavano quattro concetti distinti in una sola caverna ardente. Lavorare sulle parole originali è il primo passo per “accertarsi di ogni cosa” (1 Tessalonicesi 5:21).

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I versetti che parlano di distruzione

C’è un filo che attraversa tutta la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, e che racconta il destino degli empi con un verbo costante: distruzione. Non tortura, non sofferenza interminabile. Distruzione.

“Temete piuttosto colui che può distruggere sia l’anima sia il corpo nella Geenna.”

— Matteo 10:28

Il verbo greco è apollymi: distruggere, far perire. Gesù non dice “torturare per sempre”, ma distruggere. Il corpo e l’anima. Per parlare di cosa accade all’essere umano dopo la morte, conviene leggere anche il nostro articolo su il peccato come bersaglio mancato: il quadro biblico del peccato e della morte non è quello del codice penale.

“Il salario del peccato è la morte, ma il dono che Dìo dà è vita eterna mediante Cristo Gesù.”

— Romani 6:23

Paolo costruisce un’antitesi esatta: da una parte la morte, dall’altra la vita eterna. Non la sofferenza eterna contro la vita eterna. Morte contro vita.

“Costoro subiranno la giustizia di una distruzione eterna, tolti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua forza.”

— 2 Tessalonicesi 1:9

“Distruzione eterna” — l’aggettivo riguarda la durata dell’effetto, non del processo. Come una distruzione di Sodoma e Gomorra è “eterna” perché quelle città non torneranno mai (Giuda 7), non perché le pietre continuino a bruciare ancora oggi.

“L’anima che pecca, essa morirà.”

— Ezechiele 18:4

La premessa è chiara: l’anima muore. Non sopravvive disincarnata. Non viene trasportata altrove a soffrire. Muore. Il fatto stesso che la Bibbia dica questo cambia la conversazione sull’aldilà.

“Ecco viene il giorno [...]: tutti i presuntuosi e tutti i malvagi diventeranno stoppia, e quel giorno che viene senz’altro li farà bruciare [...] e non lascerà loro né radice né ramo.”

— Malachia 4:1

Stoppia bruciata. Senza radice né ramo. Non un’esistenza sofferente prolungata, ma una cancellazione completa. Lo stesso registro lo troviamo nei Salmi:

“Ancora un poco e il malvagio non sarà più [...]. Ma i malvagi periranno [...] svaniranno come il fumo, svaniranno.”

— Salmo 37:10, 20

“Non sarà più.” “Svaniranno.” Sono verbi che indicano fine, non prolungamento.

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I versetti che parlano di tormento eterno

Sarebbe disonesto fermarsi qui. La tradizione cristiana maggioritaria — cattolica, ortodossa, larga parte evangelica — non si è inventata l’inferno dal nulla. Ha letto nella Scrittura altre parole, altrettanto potenti. Mettiamole sul tavolo con la stessa onestà.

“E questi saranno destinati alla recisione eterna, ma i giusti alla vita eterna.”

— Matteo 25:46

Il termine greco è kolasis aionios, tradotto dalla TNM con “recisione eterna” e da altre versioni con “castigo eterno” o “pena eterna”. La forza dell’argomento tradizionale è che lo stesso aggettivo, aionios, qualifica sia la sorte degli empi sia quella dei giusti: se la vita eterna dei giusti non finisce, perché dovrebbe finire la “recisione eterna” degli altri?

Chi sostiene l’annichilismo risponde: l’aggettivo riguarda la durata del risultato, non dell’esperienza cosciente. Una recisione “eterna” può essere irreversibile pur essendo istantanea. Ma chi legge in chiave tradizionale fa notare che il parallelismo letterario è schiacciante. Sono due letture entrambe difensibili.

“Il fumo del loro tormento sale per i secoli dei secoli, e non hanno riposo né giorno né notte.”

— Rivelazione 14:11

“Il Diavolo che li sviava fu gettato nel lago di fuoco e zolfo [...] e saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli.”

— Rivelazione 20:10

Sono i passi più forti per la lettura tradizionale. “Tormento per i secoli dei secoli.” Tuttavia, il libro della Rivelazione è un’opera apocalittica densa di simboli (sigilli, bestie, donne, candelabri): chi propende per l’annichilismo legge anche queste immagini come quadri simbolici di una rovina definitiva, non come fotografie di camere di tortura cosmiche.

“Se la tua mano ti fa incespicare, tagliala; è meglio per te entrare nella vita monco che andare con due mani nella Geenna, nel fuoco inestinguibile.”

— Marco 9:43-48

Gesù cita Isaia 66:24 (“il loro verme non morirà e il loro fuoco non si spegnerà”). Anche qui due letture: chi sostiene il tormento eterno legge queste parole come stato perpetuo dei dannati; chi sostiene l’annichilismo nota che in Isaia 66 le parole descrivono cadaveri, non vivi che soffrono. Un fuoco inestinguibile fa il suo lavoro finchéc’è combustibile.

“Anche il ricco morì e fu sepolto. E nell’Ade alzò gli occhi, trovandosi nei tormenti.”

— Luca 16:22-23

La parabola del ricco e di Lazzaro è uno dei testi più citati per il tormento cosciente. Letteralmente: un uomo nei tormenti, in Hades, prima ancora della risurrezione e del giudizio finale. Ma molti commentatori, tradizionali e non, la leggono come una parabola con uno scopo etico (il rovesciamento delle sorti, la chiusura del cuore davanti al povero), non come una mappa topografica dell’aldilà.

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Le tre posizioni cristiane principali

Quando si mettono insieme tutti questi versetti, è chiaro perché nella storia del cristianesimo si siano formate posizioni diverse. Sono fondamentalmente tre.

1. Tormento eterno cosciente

È la posizione tradizionale: gli empi, dopo il giudizio, soffrono per sempre in modo cosciente. Sostenuta dalla Chiesa cattolica, dalle Chiese ortodosse e dalla maggior parte delle confessioni evangeliche storiche. I suoi argomenti principali sono Matteo 25:46 (parallelismo “eterna”), Rivelazione 14:11 e 20:10, e Marco 9:43-48.

2. Annichilismo / immortalità condizionale

Gli empi, dopo il giudizio, vengono distrutti definitivamente. L’immortalità non è intrinseca all’anima ma è un dono di Dio condizionato dalla fede. È la posizione dei Testimoni di Geova, degli Avventisti del settimo giorno, ed è stata sostenuta anche da figure di primo piano del mondo evangelico anglofono: John Stott (anglicano, uno dei padri dell’evangelicalismo moderno) si dichiarò apertamente annichilista nel 1988; Edward Fudge pubblicò nel 1982 The Fire That Consumes, considerato lo studio sistematico più importante dell’immortalità condizionale; Clark Pinnock, Philip Edgcumbe Hughes e altri si sono mossi nella stessa direzione.

3. Universalismo

Tutti, alla fine, saranno salvati. Le pene postume hanno un carattere purificatorio, non distruttivo. Ha radici antiche (Origene, III secolo) ed è stata rilanciata in epoca moderna da teologi come Karl Barth (in forma cauta) e, più recentemente, Rob Bell e David Bentley Hart. Si appoggia a versetti come 1 Corinti 15:22 (“in Cristo tutti saranno resi viventi”) e 1 Timoteo 2:4 (“Dio vuole che ogni sorta di persone siano salvate”).

Tre posizioni, tre comunità di credenti seri, tre tentativi di tenere insieme i versetti senza forzarli. Nessuna delle tre è banale; nessuna è immune da obiezioni.

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Come si è formato l’inferno che immaginiamo

L’inferno che la nostra cultura ha in mente — le fiamme, i cerchi, i diavoli, i corpi straziati — non è spuntato in un giorno. È il risultato di una stratificazione lunga secoli.

Antico Testamento.Lo Sheol è uno stato di morte. Nessun chiaro “inferno” di tormento. La fede d’Israele è orientata alla vita presente e alla speranza della risurrezione (Daniele 12:2).

Giudaismo intertestamentario (II sec. a.C. — I sec. d.C.).Nei testi apocalittici (Libro di Enoc, 4 Esdra, Apocalisse di Baruc) si sviluppano descrizioni vivide di ricompense e punizioni postume. È il sottofondo culturale entro cui Gesù e gli apostoli parlano.

Cristianesimo dei primi secoli.Le voci sono plurali. Alcuni Padri tendono al tormento eterno (Tertulliano); altri parlano di distruzione finale degli empi; altri ancora, come Origene, ipotizzano l’apokatástasis, una restaurazione universale. Il dibattito è aperto.

Agostino di Ippona (IV-V sec.).È con lui che la dottrina del tormento eterno cosciente diventa l’ortodossia dominante in Occidente. Nel libro XXI della Città di Dio(~426 d.C.), Agostino discute punto per punto le obiezioni: può un corpo bruciare per sempre senza consumarsi? Sì, risponde, per un “miracolo del Creatore onnipotente”. È giusto punire eternamente peccati commessi in pochi anni? Sì, perché la gravità del peccato si misura sull’infinità di Dio offeso. Le sue posizioni faranno scuola per più di mille anni.

Medioevo e Dante (XIV sec.). Con la Divina Commedia, l’inferno diventa un’immagine visibile, ordinata, geograficamente precisa: nove cerchi, pene proporzionate, dannati che parlano. Dante non inventa la dottrina, ma le dà il volto che ancora oggi viene in mente all’Occidente quando dice “inferno”. Insieme agli affreschi di Giotto, di Signorelli, di Michelangelo, alle prediche dei francescani e alle stampe popolari, l’inferno entra nell’immaginazione collettiva come dato di fatto.

Epoca moderna.Dal XIX secolo in poi, dentro l’Occidente cristiano si riapre la discussione. Alcune denominazioni (Avventisti, poi Testimoni di Geova) abbracciano l’annichilismo. Negli anni Ottanta del Novecento, anche dentro l’evangelicalismo storico, voci autorevoli come John Stott ed Edward Fudge mettono pubblicamente in discussione il tormento eterno cosciente. La conversazione, lungi dall’essere chiusa, è più viva che mai.

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La domanda fraterna

Dietro le parole greche, gli argomenti dei teologi e le immagini di Dante, resta una domanda che si fa ogni credente sincero, a un certo punto della vita.

Può un Padre — quello descritto in Luca 15, che corre incontro al figlio che torna stracciato dalla porcilaia — condannare a una tortura senza fine creature finite, limitate, spesso confuse, per peccati commessi nello spazio di ottanta o novant’anni? Può un Dio che “non vuole che nessuno sia distrutto, ma che tutti giungano al pentimento” (2 Pietro 3:9) progettare un sistema in cui la maggior parte dell’umanità, di fatto, finirà in una sofferenza interminabile?

Oppure: il Dio della Bibbia, davanti a chi sceglie ostinatamente la separazione da Lui, rispetta quella scelta fino in fondo — e ciò che resta, alla fine, è il nulla? La distruzione di chi ha rifiutato la vita?

O ancora: l’amore di Dio, “che non viene mai meno” (1 Corinti 13:8), arriverà un giorno a vincere ogni resistenza, anche quella che a noi adesso sembra definitiva?

Sono tre risposte diverse alla stessa domanda. Tutte e tre cercano di rendere giustizia ad alcune Scritture, tutte e tre devono in qualche modo affrontare le altre. Nessuna può chiudere il dossier in modo che lasci tutti tranquilli. La stessa cosa, in fondo, vale per altre questioni che abbiamo esaminato in questo sito: pensiamo alla contesa universale e al ruolo di Satana, o al rapporto fra fede, opere e grazia: la fede matura non ha bisogno di certezze granitiche su ogni dettaglio escatologico. Ha bisogno di un cuore onesto davanti alla Scrittura.

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La posizione dell’Organizzazione e quelle delle altre confessioni

L’Organizzazione insegna l’annichilismo: niente inferno di fuoco, l’anima muore con il corpo, il “fuoco eterno” è un’immagine simbolica di distruzione definitiva. Su questo punto, occorre dirlo con onestà, l’esegesi proposta è solida e convergente con quella di studiosi che non hanno alcun legame con il movimento: Stott, Fudge, Pinnock, Hughes. Non è una posizione marginale; è una posizione di minoranza ma rispettabile dentro la cristianità storica.

Detto questo, occorre anche notare due cose. La prima è che, come per altre dottrine, l’Organizzazione la presenta spesso come l’unica lettura possibile, mentre la discussione è più complessa di così: lo stesso Matteo 25:46 resta un argomento serio per la posizione tradizionale. La seconda è che lo stesso rigore di lettura applicato all’inferno non sempre viene applicato ad altre questioni che riguardano la vita pratica del credente — si pensi al modo in cui sono gestiti i comitati giudiziari o la disassociazione. Una buona esegesi su un tema è un invito ad applicare lo stesso metodo a tutti gli altri.

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Una parola sulla coscienza

Nessuno di noi sarà giudicato sulla precisione del proprio modello escatologico. Non c’è un esame da superare sul significato esatto di aionios. È questa la cosa più importante da tenere a mente prima di litigare — o di lasciarsi mettere in colpa — per la posizione che si sceglie.

Quel che la Scrittura chiede è un altro tipo di onestà: leggere i testi senza saltarne nessuno, ragionare con la propria mente (Romani 14:5), “accertarsi di ogni cosa” (1 Tessalonicesi 5:21), e poi vivere coerentemente con quel che si è capito, restando aperti a capire ancora.

Se al termine dello studio uno conclude che gli empi vengono distrutti, sta in buona compagnia: la posizione è biblicamente difendibile e ha sostenitori illustri ben oltre i confini di una singola confessione. Se invece resta convinto che il tormento eterno cosciente sia il senso più piano dei testi, sta in compagnia di Agostino e di gran parte della tradizione cristiana. Se infine il cuore lo porta a sperare, con Origene e con Hart, che alla fine l’amore vinca tutto, la speranza non è un’eresia. È una preghiera.

La fraternità, in tutto questo, è più importante della certezza. Possiamo continuare a sederci alla stessa Cena ricordando il sacrificio di Cristo anche quando le nostre cartografie dell’aldilà non coincidono perfettamente.

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Una riflessione finale

La cosa peggiore che la dottrina dell’inferno ha prodotto, in qualunque versione, è quando è stata usata come spauracchio: per costringere alla conversione per paura, per tenere buoni i bambini, per piegare la coscienza alla volontà di un’istituzione. Quel meccanismo, indipendentemente da quale delle tre posizioni si abbracci, non è il Vangelo.

Il Vangelo è un’altra cosa: un Padre che corre incontro (Luca 15:20), un Pastore che lascia le novantanove pecore per cercarne una (Luca 15:4), un Cristo che muore per gli empi (Romani 5:8). Da quel centro, la domanda “cosa succede dopo” smette di essere uno strumento di pressione e torna a essere quello che dovrebbe sempre essere stata: una domanda seria, da studiare con cura, lasciando l’ultima parola alla Parola.

“Il salario del peccato è la morte, ma il dono che Dìo dà è vita eterna mediante Cristo Gesù, nostro Signore.”

— Romani 6:23

Un Membro degli Amanti della Verità
15/05/2026

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Scritture citate

  • Genesi 37:35
  • 2 Re 23:10
  • Giobbe 14:13
  • Salmo 16:10; 37:9-10, 20; 86:13
  • Ecclesiaste 9:10
  • Isaia 66:24
  • Geremia 7:31
  • Ezechiele 18:4
  • Daniele 12:2
  • Malachia 4:1
  • Matteo 5:22, 29-30; 10:28; 23:33; 25:46
  • Marco 9:43-48
  • Luca 15:4, 20; 16:22-24
  • Atti 2:27
  • Romani 5:8; 6:23; 14:5
  • 1 Corinti 13:8; 15:22
  • 2 Tessalonicesi 1:9
  • 1 Timoteo 2:4
  • 2 Pietro 2:4; 3:9
  • Giuda 7
  • Rivelazione 14:11; 20:10
  • 1 Tessalonicesi 5:21
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Fonti consultate

  • Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture (2017)
  • Edward Fudge, The Fire That Consumes: A Biblical and Historical Study of the Doctrine of Final Punishment, prima ed. 1982 — studio sistematico sull’immortalità condizionale.
  • John R. W. Stott & David L. Edwards, Essentials: A Liberal-Evangelical Dialogue, 1988 — capitolo in cui Stott discute pubblicamente la sua posizione annichilista.
  • Agostino di Ippona, De civitate Dei, libro XXI (~426 d.C.) — trattazione classica del tormento eterno cosciente.
  • Dante Alighieri, Divina Commedia — Inferno(XIV sec.) — principale fonte dell’immaginario popolare occidentale sull’inferno.
  • David Bentley Hart, That All Shall Be Saved, 2019 — difesa contemporanea dell’universalismo cristiano.
  • Voci enciclopediche su Sheol, Hades, Gehenna, Tartaros nei principali dizionari biblici di lingua inglese e italiana.
  • Discussione storica sul mito della “discarica fumante” della valle di Hinnom (origine medievale, Rabbi David Kimchi, XIII sec.) e relativo riesame archeologico.
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