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NOVITÀ |Tatuaggi: un Testimone di Geova può farsene uno? Cosa dice davvero la Bibbia — e cosa tace il manuale degli anziani

Chi è realmente Dio

Collana · Il Proposito · Articolo 1 di 3

Il Bersaglio Mancato

Cosa voleva davvero per l’uomo il Creatore?

Tempo di lettura: ~25 minuti

“Accertatevi di ogni cosa; attenetevi a ciò che è eccellente.”

— 1 Tessalonicesi 5:21
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PARTE 1 — Il Dio che ci hanno dipinto

Caro lettore,

se sei qui, probabilmente hai un peso sul cuore. Forse da tanto tempo. Forse da sempre.

Forse sei cresciuto — come molti di noi — ascoltando una storia che suonava più o meno così: Adamo ed Eva hanno commesso un crimine imperdonabile. Per colpa loro, l’umanità intera è stata condannata. Dio è stato offeso nella Sua sovranità. E adesso, da migliaia di anni, sta lasciando che il mondo soffra per dimostrare — a Satana, agli angeli e a tutta l’umanità — che il Suo modo di governare è superiore. Che Lui aveva ragione fin dall’inizio.

Ci hanno insegnato che si tratta di una questione di sovranità universale. Una disputa cosmica. E che la sofferenza umana — la tua sofferenza, quella dei tuoi figli, quella del fratello che piange da solo la sera — serve a risolvere questa disputa. Che Dio sta permettendo tutto questo perché deve dimostrare un punto.

Fermati un momento.

Respira.

E adesso prova a pensare a questa immagine con il cuore di un figlio.

Un padre umano — un padre che ama i propri figli — farebbe soffrire i suoi bambini per anni e anni per dimostrare al vicino di casa che aveva ragione? Se un genitore dicesse ai servizi sociali: “Sì, lascio che i miei figli soffrano, ma è per provare un punto importante” — lo chiameremmo amorevole? O lo chiameremmo qualcos’altro?

Eppure ci hanno chiesto di credere che il Creatore dell’universo — Colui che la Scrittura definisce con le parole più potenti mai scritte — faccia esattamente questo.

“Dio è amore” ὁ Θεòς αγáπη εστíν (ho Theòs agàpē estìn) — 1 Giovanni 4:8.

In greco, il verbo εἰμí (eimì, “essere”) qui non indica una qualità tra tante. Non dice “Dio è amorevole” o “Dio ha amore”. Dice che Dio èamore. Nella Sua essenza più profonda. Come identità assoluta. L’amore non è qualcosa che Dio fa. È qualcosa che Dio è. Ogni Suo atto, ogni Sua decisione, ogni Suo proposito scaturisce dall’amore come l’acqua scaturisce dalla sorgente.

E allora la domanda nasce da sola, spontanea, e non puoi più evitarla:

Se Dio È amore — nella Sua essenza più profonda — come può la sofferenza dell’umanità essere uno strumento per vincere una discussione?

Non c’è qualcosa che non torna?

Forse sì. Forse c’è qualcosa che non torna. E forse — solo forse — quel “qualcosa” non è un problema con Dio. È un problema con il modo in cui ci hanno raccontato la storia.

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PARTE 2 — Una premessa necessaria

Prima di andare avanti, vogliamo essere chiari su una cosa. E ci teniamo profondamente.

Ciò che troverete in queste righe non sono verità assolute. Sono riflessioni. Considerazioni nate dallo studio personale delle Scritture nelle lingue originali — ebraico, aramaico, greco. Non vi chiediamo di crederci. Vi chiediamo di fare ciò che i Bereani fecero quando ascoltarono Paolo:

“Esaminavano attentamente le Scritture ogni giorno per vedere se le cose stavano così.”

— Atti 17:11

Non siamo migliori di nessuno. Non abbiamo risposte definitive. Non abbiamo titoli accademici da sventolare, né autorità da far valere. Ci siamo solo presi il tempo di esaminare — con le nostre Bibbie aperte, con i dizionari delle lingue originali accanto, con il cuore sincero di chi cerca. E invitiamo ognuno di voi a fare esattamente lo stesso.

Se trovate qualcosa che non vi convince, scriveteci. Mandateci le vostre riflessioni. Confrontiamoci. Non è forse così che Paolo invitò le congregazioni a crescere? Non scrisse forse: “Accertatevi di ogni cosa” (1 Tessalonicesi 5:21)? Quel “ogni cosa” include anche ciò che leggete su questo sito.

L’unica cosa che vi chiediamo — e ve lo chiediamo come fratelli che vi vogliono bene — è di non credere ciecamente. Né a noi. Né a nessun altro. Né a un’organizzazione. Né a un uomo. Prendete la vostra Bibbia. Verificate. Controllate le parole originali. Confrontate le traduzioni. E lasciate che le Scritture parlino da sole.

Noi per primi non prendiamo per vero nulla senza verificare. E vi chiediamo di non prendere per vero nulla di ciò che trovate qui senza fare lo stesso.

Detto questo — camminiamo insieme.

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PARTE 3 — Cosa significa davvero “peccato”: la parola che ribalta tutto

E se vi dicessimo che la parola più importante di tutta la Bibbia — quella su cui si fonda l’intera comprensione del rapporto tra Dio e l’uomo — è stata tradotta in un modo che ne ha cambiato il significato?

In ebraico, la parola più comune per “peccato” è חֵטְא (ḥēṭ’). E il suo significato originale non è “commettere un crimine”. Non è “violare una legge”. Non è “offendere un sovrano”.

Significa letteralmente: mancare il bersaglio.

Deviare dalla traiettoria. Perdere la mira. Non centrare il punto.

Non è un termine giuridico. È un termine che viene dal mondo del tiro con l’arco, dalla vita quotidiana, dalla concretezza della lingua ebraica che non pensa per astrazioni ma per immagini.

La prova? Giudici 20:16 usa esattamente la stessa radice verbale per descrivere i frombolieri della tribù di Beniamino: “Ognuno di questi poteva tirare con la fionda a un capello senza mancare” (ליא יחטא, lo yaḥaṭì). Lo stesso identico verbo. Qui non c’è nessun peccato morale, nessun crimine, nessuna trasgressione — c’è un arciere che colpisce o non colpisce il suo bersaglio. Punto.

Questo è il significato originale. Questo è ciò che la lingua ebraica intendeva.

E allora — se il peccato è mancare un bersaglio— la domanda cambia completamente. Non è più: “Che crimine ha commesso l’uomo?”Non è più: “Quale legge ha violato?”

La domanda diventa:

Qual era il bersaglio?

Se esiste un “mancare”, deve esistere un “centrare”. Se esiste una deviazione, deve esistere una traiettoria. Se esiste un errore di mira, deve esistere un punto a cui si stava mirando.

E quel bersaglio — ve lo diciamo subito, perché non vogliamo tenervi sulle spine — è qualcosa di bellissimo. Qualcosa che forse nessuno vi ha mai raccontato. Qualcosa che, quando lo vedrete, cambierà per sempre il modo in cui guardate il Creatore, l’uomo e il senso di tutto.

Ma per vederlo, dobbiamo partire dall’inizio. Dal vero inizio.

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PARTE 4 — Il metodo del Creatore: ogni fase prepara la successiva

Genesi 1:1-2 ci dice: “In principio Dio creò i cieli e la terra. Ora la terra era informe e vuota, e c’erano tenebre sulla superficie delle acque, e la forza attiva di Dio si muoveva sulla superficie delle acque.”

Informe. Vuota. Tenebre.

La prima cosa che la Bibbia ci mostra non è la perfezione — è il caos. Il punto di partenza non è il giardino fiorito. È un pianeta avvolto nel buio, ricoperto d’acqua, senza forma.

Ma il caos iniziale non era un difetto. Non era un errore di progettazione. Era il punto di partenza. Il blocco di marmo grezzo da cui lo scultore avrebbe tratto il capolavoro. La tela bianca su cui il pittore avrebbe dipinto il suo quadro più grande.

Come lo sappiamo? Perché il profeta Isaia ce lo dice esplicitamente:

“Poiché questo è ciò che ha detto il Creatore dei cieli, il vero Dio, Colui che ha formato la terra, che l’ha fatta e l’ha stabilmente fissata, che non l’ha creata semplicemente per nulla [in ebraico: ליא־תהו, lo-ṯòhu — non per il caos], che l’ha formata perché fosse abitata.”

— Isaia 45:18

Il caos era il punto di partenza, non il punto di arrivo. E tra il caos e l’abitazione, c’è un processo. Un processo lungo, paziente, metodico. Ogni fase prepara la successiva.

Pensateci. La scienza ci dice che ci sono voluti miliardi di anni perché questo pianeta diventasse abitabile. Gas incandescenti che si sono raffreddati. Un’atmosfera che si è formata lentamente. Oceani che si sono riempiti goccia dopo goccia. Forme di vita semplici che hanno preparato il terreno per forme di vita più complesse. Ogni fase — ogni singola fase — era funzionale alla fase successiva.

La luce prima delle piante. Le piante prima degli animali. Gli animali prima dell’uomo. Nulla è casuale. Nulla è improvvisato. Ogni passo serve il passo successivo.

Un Creatore che lavora così — con una pazienza che copre ere geologiche, con un metodo che attraversa miliardi di anni senza fretta — non è un Creatore che improvvisa. Non è un Creatore che viene colto di sorpresa. Non è un Creatore che sbaglia.

È un Creatore che ha un progetto. E tutto converge verso un punto preciso: l’ultimo atto creativo.

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PARTE 5 — L’uomo: qualcosa di qualitativamente diverso

E arriviamo all’ultimo atto.

“Poi Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza.’”

— Genesi 1:26

L’espressione ebraica è צֶלֶם אֱלֹהִים (Tsèlem Elohìm) — immagine di Dio.

Fermatevi su queste parole. Assaporate il peso di quello che significano.

In tutta la creazione — in miliardi di anni di lavoro paziente — non c’è nessun’altra creatura terrestre a cui venga dato questo titolo. Non ai dinosauri. Non alle balene. Non alle aquile. Solo all’uomo. L’uomo è l’unica creatura sulla terra fatta per rispecchiarele qualità del Creatore: amore, giustizia, sapienza, potenza.

Ma Tsèlem Elohìm non è un punto di arrivo. È un punto di partenza. L’immagine era in potenza, come un seme che contiene già tutto il progetto dell’albero ma deve ancora crescere, ancora aprirsi, ancora distendere le radici e i rami. L’uomo era stato creato con il potenzialedi riflettere pienamente il Creatore — ma quel potenziale doveva essere sviluppato. Giorno dopo giorno. Esperienza dopo esperienza. Scelta dopo scelta.

E qui entra in gioco un altro testo, spesso trascurato. Il Siracide (Ecclesiastico) 15:14 dice:

“Egli stesso fece l’uomo nel principio e lo lasciò in mano al suo proprio consiglio.”

“Lo lasciò in mano al suo proprio consiglio.” Non lo abbandonò. Lo consegnò a se stesso — con fiducia. Come un padre che mette le chiavi della macchina in mano al figlio dicendo: “Ora guida tu.” Non è abbandono. È il gesto più grande di fiducia che un genitore possa fare.

Perché l’amore senza libertà non è amore. È controllo. Un essere che obbedisce perché non ha scelta non sta amando — sta eseguendo un programma. Un robot non ama. Un burattino non sceglie. Solo un essere liberopuò amare davvero. E il Creatore voleva essere amato davvero.

Per questo fece l’uomo libero. Non fu un rischio imprevisto. Fu il progetto.

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PARTE 6 — Il proposito: il cantiere e il Padre-mentore

E ora arriviamo al cuore. Al bersaglio.

Genesi 1:28 contiene le prime parole che Dio rivolge all’uomo. Le prime parole di un Padre al figlio appena nato. Ascoltiamole:

“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e tenete soggetti i pesci del mare e le creature volatili dei cieli e ogni creatura vivente che si muove sulla terra.”

— Genesi 1:28

Due verbi ebraici definiscono la missione dell’uomo:

כָבַשׁ (kavàsh) — soggiogare, rendere produttiva, esplorare, prendere possesso. Non è un verbo di violenza cieca. È il verbo del pioniere che attraversa una terra nuova e la rende abitabile. È il verbo dell’agricoltore che prende un terreno incolto e lo trasforma in un campo fertile.

רָדָה (radàh) — governare, amministrare con cura, esercitare un dominio creativo. Non è il dominio del tiranno. È il dominio del giardiniere che cura le sue piante, del pastore che guida il suo gregge, del padre che gestisce la casa con amore.

Il giardino di Eden — quel luogo perfetto che Dio aveva piantato con le Sue mani — non era il progetto finito. Era il cantiere modello. Era la dimostrazione pratica di come doveva apparire tutta la terra. Era il prototipo. Il campione. L’esempio.

E l’uomo? L’uomo era il capocantiere. Incaricato di prendere quel modello e replicarlo — giardino dopo giardino, valle dopo valle, montagna dopo montagna — fino a coprire l’intero pianeta. Era un progetto grandioso. Un’avventura senza fine. Un’opera che avrebbe richiesto generazioni, creatività, collaborazione, crescita.

Ma non doveva farlo da solo.

Genesi 3:8 nasconde un dettaglio che cambia tutto. Leggiamo: “Poi udirono la voce di Geova Dio che camminava nel giardino alla brezza del giorno.”

Il verbo ebraico usato qui è מִתְהַלֵּךְ (mitḥallèk) — una forma del verbo che indica un’azione abituale, ripetuta, consueta. Non “Dio passò di lì per caso quel giorno”. Ma “Dio camminava abitualmentenel giardino”. Era una routine. Un appuntamento fisso. Un rituale quotidiano.

Chiudete gli occhi per un momento e immaginate la scena.

La giornata di lavoro è finita. Il sole sta calando. La brezza della sera rinfresca l’aria del giardino. E il Creatore dell’universo — Colui che ha acceso le stelle e ha scavato gli oceani — viene a camminare con l’uomo. Come un padre che torna a casa dal lavoro e va in giardino a stare con i figli. “Come è andata oggi? Cosa hai imparato? Cosa hai scoperto? Vieni, ti faccio vedere una cosa...”

QUESTO era il piano originale.

Non un Dio lontano su un trono che aspetta di essere obbedito. Non un sovrano che ha bisogno che la sua autorità venga dimostrata. Ma un Padre che cammina con i suoi figli. Ogni sera. Nel giardino. Alla brezza del giorno.

Comunione. Vicinanza. Costruire insieme.

Questo era il bersaglio.

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PARTE 7 — L’albero: il momento giusto, non un divieto permanente

“Ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne devi mangiare, perché nel giorno che ne mangerai certamente morirai.”

— Genesi 2:17

Per generazioni ci hanno insegnato a leggere queste parole come un divieto assoluto e permanente. “Quell’albero era proibito, punto e basta. Toccarlo era un crimine. Mangiarne era la peggiore delle trasgressioni.”

Ma questa lettura ignora qualcosa di fondamentale: il contesto del proposito divino.

Se l’uomo era stato creato per crescere — se era un Tsèlem Elohìm in sviluppo, un seme che doveva diventare albero — allora la conoscenza del bene e del male non era qualcosa di intrinsecamente proibito. Era qualcosa per cui l’uomo non era ancora pronto.

Il saggio Salomone scrisse:

“Per ogni cosa c’è un tempo fissato, un tempo per ogni faccenda sotto i cieli.”

— Ecclesiaste 3:1

C’è un tempo per tutto. Un bambino non guida un’automobile — non perché guidare sia male, ma perché non è ancora il momento. Un apprendista non gestisce l’azienda il primo giorno — non perché gestire sia sbagliato, ma perché deve prima imparare il mestiere sotto la guida del maestro.

E l’apostolo Paolo conferma questo principio in modo straordinario:

“Ma il cibo solido è per le persone mature, per quelli che mediante l’uso hanno le loro facoltà percettive addestrate a distinguere il bene dal male.”

— Ebrei 5:14

La parola greca per “facoltà percettive” è αἴσθησις (àisthēsis) — percezione, sensibilità morale, discernimento sviluppato attraverso l’esperienza e l’esercizio. Il testo dice esplicitamente che la capacità di distinguere il bene dal male è qualcosa che si sviluppaattraverso l’addestramento. Non è un interruttore che si accende o si spegne. È un muscolo che si allena. Una facoltà che matura.

E allora l’albero prende un significato completamente diverso.

Non era un “mai”. Era un “non ancora”.

Il Padre stava dicendo: “Figlio mio, questa conoscenza verrà. Ma prima devi crescere. Prima devi camminare al mio fianco. Prima devi sviluppare la maturità — il lehaskìl — il discernimento, la sapienza che viene dall’esperienza guidata. Il momento giusto arriverà. Ma deve arrivare nel modo giusto, con il Maestro giusto, al ritmo giusto.”

La coscienza morale non era proibita per sempre. Era il passo successivo. E il proposito del Creatore non era negare quella coscienza all’uomo — era costruirla insieme a lui.

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PARTE 8 — Il serpente e “sarete come Elohim”: cosa significa davvero

Rivelazione 12:9 identifica chiaramente chi si nascondeva dietro il serpente: “Così fu gettato il gran dragone, il serpente originale, colui che è chiamato Diavolo e Satana, che svia l’intera terra abitata.”

In Genesi 3:4-5, il serpente disse alla donna:

“Certamente non morirete. Poiché Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscendo il bene e il male.”

— Genesi 3:4-5

Fermiamoci qui. Analizziamo la strategia con attenzione.

Il serpente non disse: “Ribellatevi a Dio.” Non disse: “Odiate il vostro Creatore.” Non disse: “Fate il male.” Disse qualcosa di molto più sottile. Fece due affermazioni:

Prima affermazione:“Certamente non morirete.” — Questa era falsa. Una menzogna diretta. La morte entrò nel mondo esattamente come Dio aveva avvertito.

Seconda affermazione:“Sarete come Elohim, conoscendo il bene e il male.” — E questa? Questa è la parte che pochi esaminano con attenzione.

Andate a Genesi 3:22. Dopo che l’uomo ha mangiato il frutto, è Dio stesso a dire:

“Ecco, l’uomo è divenuto come uno di noi, conoscendo il bene e il male.”

— Genesi 3:22

Avete letto bene. Dio confermaciò che il serpente aveva detto. L’uomo è effettivamente divenuto “come Elohim” nella conoscenza del bene e del male. La seconda affermazione del serpente non era una bugia. Era vera.

Ma c’è di più. La parola אֱלֹהִים (Elohìm) nella Bibbia non si riferisce esclusivamente al Creatore. Ha un campo semantico molto più ampio di quanto ci abbiano insegnato.

In Esodo 22:8, la stessa parola è usata per i giudici umani: “Il padrone della casa deve essere portato davanti a Dio [Elohìm]” — dove Elohìm si riferisce agli uomini incaricati di giudicare, uomini con coscienza morale che potevano discernere il giusto dall’ingiusto.

In Salmo 82:6, Dio stesso dice: “Io ho detto: ‘Voi siete dèi [Elohìm], siete tutti figli dell’Altissimo.’”

Gesù citò queste stesse parole in Giovanni 10:34, confermandone la validità: “Non è scritto nella vostra Legge: ‘Io ho detto: Voi siete dèi’?”

Il punto è questo — e prendetevi il tempo di lasciarlo entrare nel cuore:

L’uomo doveva diventare come Elohìm. Quello era il progetto. Sviluppare pienamente l’immagine divina, diventare un essere maturo con piena coscienza morale, capace di discernere il bene dal male — come un giudice, come un figlio che è cresciuto a somiglianza del Padre.

Quello era il bersaglio.

Il serpente non offrì qualcosa di sbagliato. Offrì qualcosa di giusto nel modo sbagliato. Descrisse con precisione il passo successivo del processo creativo — la coscienza morale — ma lo offrì come una scorciatoia. Come un furto. Come un’autonomia prematura.

Il passo era giusto. Il modo era sbagliato. Il momento era sbagliato. E soprattutto — il maestro era sbagliato. Non il Padre che camminava nel giardino ogni sera. Ma il serpente che sussurrava nell’ombra.

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PARTE 9 — I due percorsi: stesso bersaglio, costi diversi

A questo punto, possiamo vedere con chiarezza l’intera scena. E possiamo immaginare due percorsi — due strade diverse che conducono alla stessa destinazione, ma con costi enormemente diversi.

Percorso A — Con il Padre

L’uomo cresce camminando al fianco di Dio. Giorno dopo giorno, sera dopo sera, passeggiata dopo passeggiata nel giardino, il Padre gli insegna. Gli mostra come funziona il mondo che ha creato. Gli spiega il perché delle cose. Lo guida attraverso esperienze sempre più complesse — come un maestro artigiano che insegna al suo apprendista, partendo dalle basi e salendo piano piano verso la maestria.

L’uomo sviluppa le qualità divine — amore, giustizia, sapienza, potenza — attraverso l’esperienza guidata. Col tempo, le sue αἰσθητήρια (aisthētēria, facoltà percettive — Ebrei 5:14) vengono addestrate. Il muscolo del discernimento si rafforza. La coscienza morale si forma — non come un’esplosione improvvisa, ma come un’alba che sorge lentamente, illuminando ogni cosa al momento giusto.

E quando l’uomo è pronto — nel tempo stabilito dal Padre, non un giorno prima e non un giorno dopo — riceve la piena conoscenza del bene e del male. Non come una trasgressione, ma come una laurea. Non come un furto, ma come un dono. Non come un crimine, ma come il coronamento naturale di un percorso di crescita fatto insieme.

Percorso B — La scorciatoia

Il serpente dice: “Perché aspettare? Perché dipendere dal Padre? Prendi la conoscenza adesso. Diventa autonomo. Non hai bisogno di Lui per crescere. Apri gli occhi da solo.”

L’uomo prende il frutto. Ottiene la conoscenza — ma senza la maturità per gestirla. Come un bambino che trova la pistola del padre: ha il potere, ma non il discernimento. Conosce il bene e il male, ma non ha la sapienza per scegliere costantemente il bene. Ha gli occhi aperti, ma non sa ancora cosa sta guardando.

Eva guardò l’albero e vide qualcosa che merita la nostra attenzione. Genesi 3:6:

“La donna vide che l’albero era buono come cibo e che era qualcosa che metteva voglia agli occhi, sì, l’albero era desiderabile da guardare.”

— Genesi 3:6

L’espressione ebraica chiave qui è lehaskìl — rendere saggio, acquisire discernimento, ottenere saggezza. Il desiderio di Eva non era volgare. Non era un capriccio. Era un desiderio nobile— il desiderio di crescere, di capire, di diventare saggia. Il problema non era il cosa. Era il come. Era il quando. Era il con chi.

E qui la parabola di Gesù illumina tutto come un lampo nella notte.

In Luca 15:12-13, il figlio minore disse al padre: “Padre, dammi la parte di proprietà che mi spetta.” E il padre “divise fra loro i mezzi di sussistenza”. Poi il figlio “partì per un paese lontano e là dissipò i suoi mezzi vivendo dissolutamente.”

Pensateci. Il figlio non chiese qualcosa di sbagliato. Quell’eredità era legittimamente sua. Sarebbe stata sua comunque, un giorno. Ma la volle prima del tempo. Senza la maturità per gestirla. E la prese andando lontano dal padre — in un paese lontano, dove il padre non poteva guidarlo, proteggerlo, insegnargli.

Il parallelo con l’Eden è preciso:

L’uomo prese la conoscenza che un giorno sarebbe stata sua — perché quello era il bersaglio, quello era il progetto — ma la prese nel modo sbagliato, nel momento sbagliato, con il maestro sbagliato. E si ritrovò lontano dal Padre. In un “paese lontano”. Con gli occhi aperti ma il cuore spezzato. Con la conoscenza del bene e del male, ma senza la sapienza per navigarla.

Entrambi i percorsi portano allo stesso punto: un essere con piena coscienza morale. Ma il Percorso A costruisce mentrecammina — e arriva alla destinazione intero, maturo, in comunione con il Padre. Il Percorso B arriva alla destinazione spoglio, ferito, con tutto da ricostruire. Come il figliol prodigo che finì a mangiare le carrube dei porci — non perché l’eredità fosse cattiva, ma perché non era pronto a portarne il peso.

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PARTE 10 — Il Padre sta ancora aspettando

E ora — dopo tutto questo cammino che abbiamo fatto insieme — arriviamo alla parte che scalda il cuore. La parte che cambia tutto. La parte che vorremmo potervi sussurrare all’orecchio come si sussurra una buona notizia a qualcuno che ha pianto troppo a lungo.

Il bersaglio non è stato eliminato.

Il progetto originale non è stato cancellato.

Pensate al Creatore che abbiamo conosciuto in queste pagine. Un Dio che lavora per miliardi di anni senza fretta. Che prende un pianeta informe e lo trasforma in un giardino. Che crea un essere degno della libertà, capace di amare, fatto a Sua immagine. Che pianta un giardino con le Sue stesse mani e poi viene a camminarci dentro ogni sera, alla brezza del giorno, per stare con i Suoi figli.

Pensate al Dio che fermò la mano di Abraamo — “Non stendere la mano sul ragazzo!” (Genesi 22:12) — perché il Suo istinto, di fronte al figlio in pericolo, è proteggere, non punire.

Questo Dio — questo Padre — avrebbe davvero abbandonato il Suo progetto? Avrebbe davvero gettato via miliardi di anni di lavoro paziente per colpa di una scorciatoia sbagliata?

No. E le Scritture lo confermano con una chiarezza che toglie il fiato:

“I giusti possederanno la terra e vi dimoreranno per sempre.”

— Salmo 37:29

L’uomo sulla terra. In una relazione con il Creatore. Che sviluppa pienamente l’immagine divina. Per sempre.

È lo stesso progetto. Lo stesso bersaglio. La stessa destinazione.

Il percorso è diventato più lungo, certo. Più doloroso. Più tortuoso. Il Percorso B ha i suoi costi — e l’umanità li ha pagati e li sta ancora pagando. Ma la destinazione non è cambiata. Il Padre non ha spostato il bersaglio. Non ha cambiato idea. Non ha stracciato il progetto e ricominciato da capo.

Il bersaglio è ancora lì. Luminoso. Intatto. Che aspetta.

E il Padre? Il Padre sta facendo esattamente ciò che fece il padre del figliol prodigo. Sta aspettando. Con gli occhi sulla strada. Ogni giorno. Scrutando l’orizzonte. E quando vide il figlio — “mentre era ancora lontano, suo padre lo scorse e fu mosso a compassione, e corse e gli si gettò al collo e lo baciò teneramente” (Luca 15:20).

Non lo interrogò. Non lo umiliò. Non gli disse “te l’avevo detto”. Corse.Un padre che corre verso il figlio. Questo è il Dio della Bibbia. Questo è il Creatore che ha piantato il giardino.

E Gesù — il Figlio che il Padre mandò per riportarci a casa — disse:

“Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi.”

— Giovanni 8:32

Liberi da cosa? Liberi dal Percorso B. Liberi dalla scorciatoia che sembrava libertà ma era schiavitù. Liberi dall’autonomia che sembrava maturità ma era solitudine. La verità — la conoscenza del vero proposito del Creatore — ci riporta sul Percorso A. Ci riporta al fianco del Padre. Ci rimette sulla traiettoria. Ci ripunta verso il bersaglio.

Il bersaglio non è stato spostato.

Siamo noi che abbiamo deviato.

E il primo passo per tornare sulla traiettoria è capire cosa stavamo cercando di colpire.

Che è esattamente quello che abbiamo provato a fare insieme, in queste pagine.

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Domande per riflettere

1.Se il peccato originale non fu un “crimine contro la sovranità di Dio” ma una scorciatoia — il passo giusto al momento sbagliato, con il maestro sbagliato — come cambia la tua comprensione del rapporto tra Dio e l’uomo? E come cambia l’immagine che hai del Creatore?

2. Il Padre che camminava abitualmente nel giardino (mitḥallèk) — ogni sera, alla brezza del giorno, come un appuntamento fisso con i Suoi figli — quanto è diversa questa immagine dalla relazione con Dio che ti è stata insegnata? E quale delle due immagini ti sembra più coerente con un Dio che “è amore”?

3.Se la conoscenza del bene e del male non era proibita per sempre, ma era il passo successivo di un percorso di crescita guidato dal Padre — cosa ci dice questo sul modo in cui il Creatore vede la nostra maturità, i nostri errori e il nostro futuro?

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Una parola finale

Siamo arrivati alla fine di questa riflessione — ma non alla fine del cammino. Questo è solo il primo articolo di tre, e ci sono ancora tante cose da esplorare insieme.

Prima di salutarci, vogliamo ricordarvi ancora una volta — perché ci teniamo davvero — che tutto ciò che avete letto qui sono riflessioni. Considerazioni. Pensieri nati dallo studio delle Scritture nelle lingue originali. Non sono dogmi. Non sono verità rivelate. Non sono “la” risposta.

Sono un invito a esaminare. A verificare. A prendere la vostra Bibbia e controllare ogni singolo versetto, ogni singola parola ebraica o greca che abbiamo citato. A confrontare con altre traduzioni. A fare le vostre ricerche. A trarre le vostre conclusioni.

Se qualcosa vi ha toccato il cuore — bene. Verificatelo. Se qualcosa non vi convince — ancora meglio. Scriveteci. Confrontiamoci. Cresciamo insieme. Come disse Paolo: “Accertatevi di ogni cosa”(1 Tessalonicesi 5:21). Non “accertatevi di alcune cose”. Ogni cosa.Compreso ciò che leggete qui.

Non siamo migliori di nessuno. Siamo solo fratelli e sorelle che si sono presi il tempo di cercare. E vi invitiamo, con tutto il cuore, a fare lo stesso.

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Con un caro abbraccio,
Un Membro degli Amanti della Verità
31 marzo 2026

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Scritture citate

RiferimentoContesto nell’articolo
Genesi 1:1-2Il caos iniziale come punto di partenza della creazione
Genesi 1:26Tsèlem Elohìm — l’uomo fatto a immagine di Dio
Genesi 1:28Kavàsh e radàh — la missione dell’uomo sulla terra
Genesi 2:17Il divieto dell’albero della conoscenza del bene e del male
Genesi 3:4-5Le parole del serpente a Eva
Genesi 3:6Eva vede l’albero — lehaskìl
Genesi 3:8Mitḥallèk — Dio che cammina abitualmente nel giardino
Genesi 3:22Dio conferma: “L’uomo è divenuto come uno di noi”
Genesi 22:12Dio ferma la mano di Abraamo
Esodo 22:8Elohìm usato per i giudici umani
Giudici 20:16Ḥēṭ’ — lo stesso verbo del “peccato” usato per il tiro con la fionda
Salmo 37:29“I giusti possederanno la terra e vi dimoreranno per sempre”
Salmo 82:6“Voi siete dèi [Elohìm]”
Ecclesiaste 3:1“Per ogni cosa c’è un tempo fissato”
Siracide 15:14“Lo lasciò in mano al suo proprio consiglio”
Isaia 45:18“Non l’ha creata per il caos — l’ha formata perché fosse abitata”
Luca 15:12-13, 20La parabola del figliol prodigo
Giovanni 8:32“Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi”
Giovanni 10:34Gesù cita il Salmo 82:6
Atti 17:11I Bereani esaminavano le Scritture ogni giorno
Ebrei 5:14Àisthēsis — facoltà percettive addestrate
1 Giovanni 4:8Ho Theòs agàpē estìn — “Dio è amore”
1 Tessalonicesi 5:21“Accertatevi di ogni cosa”
Rivelazione 12:9Identificazione del serpente con Satana
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Fonti linguistiche

  • Strong’s Concordance — ḥēṭ’ (H2398), kavàsh (H3533), radàh (H7287), lehaskìl (H7919), mitḥallèk (H1980 Hithpael)
  • Strong’s Concordance — eimì (G1510), àisthēsis (G144), agàpē (G26)
  • Traduzione del Nuovo Mondo delle Sacre Scritture— Watch Tower Bible and Tract Society
  • Siracide (Ecclesiastico)— testo deuterocanonico
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